Ipocrisia 2.0 – What’s up?

ipocrisia due facceChiunque, anche chi ha deciso di ritirarsi in una caverna per ricevere donazioni su IndieGoGo, saprà che Facebook ha sfruttato gli spiccioli trovati nelle tasche dei jeans di Mark per acquistare Whatsapp. Oh, notiziona, direi! Non è mai successo dal paleolitico ad oggi che una grossa società operante nel settore informatico effettuasse un acquisto apparentemente insensato. Mai! Mai!

Gli utenti, forme umane dall’indignazione facile, hanno deciso improvvisamente che questo era male e sull’onda di cotanta meraviglia le maggiori testate online del settore (e anche non a ben vedere) hanno deciso di iniziare ad interessarsi alle alternative che il mercato mobile aveva da offrire al celebre programma di messaggistica. Con altisonanti titoli del tipo “Tutela la tua privacy. Le alternative a Whatsapp” e “Giallo Zafferano ti insegna a chattare in sicurezza” per diversi giorni nei proprio feed o sulle timeline dei propri social network era impossibile non incontrare un link alla notizia di qualche blog che proponesse le sue 10 alternative che poi tanto sconosciute non lo sono mai state. Nomi del calibro di Line e Telegram hanno visto impennare le proprio utenze dell’ordine, rispettivamente, di 200mila e 500mila registrazioni nell’arco di 24 ore. Tutto questo grazie ad una spropositata pubblicità ricevuta da tutto il mondo.

Alla luce di quanto visto la domanda sorge spontanea: ci siete o ci fate?

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Smartphone, musica, concerti e selfie

concerto

Fonte: internazionale.it

Spett.li Società Produttrici di Smartphone,

scrivo la seguente missiva per porgerVi uno dei più sentiti desideri che mi accompagna in questa particolare fase della mia vita.

Reputandomi una persona mediamente intelligente (riesco a colorare un libro per bambini senza uscire dai bordi tanto per intenderci) posso capire il compromesso tecnologico che siete state costrette ad abbracciare e di questo non faccio colpa né a Voi e né alla miriade di consumatori pronti ad acquistare l’ultimo ritrovato dei Vostri prodotti ma converrete con me che c’è un particolare aspetto di quello che producete che lede pesantemente una delle mie libertà: la libertà di godermi un concerto fatto di musica e di spettacolo.

Due amici durante un selfie

Due amici durante un selfie

Care società produttrici di smartphone, perché ogni volta che sono nella folla, sotto un palco in cui si sta esibendo una qualsiasi band (sia essa professionista o composta da dilettanti) ho sempre davanti a me quella persona che, oltre ad occupare già lo spazio fisico necessario al suo corpo per esistere e non implodere, deve anche alzare le braccia e coprire il mio campo visivo con il suo immenso S4 che sembra il VII volume della Treccani? Perché il già esiguo spazio disponibile deve essere ulteriormente affollato da megafonini dotati di Flash LED talmente potenti che ti abbronzano facendoti uscire dal concerto che sembri Carlo Conti? Perché sono costretto a godermi il concerto dal display del tizio avanti a me che è troppo impegnato a filmare il palco per rendersi conto che la folla dietro di noi mi spinge in maniera ambigua verso il sedere della sua ragazza e che quindi dopo la sesta canzone siamo già al secondo coito? Perché sono costretto a privarmi di quel particolare momento, lì, in quel preciso luogo, per colpa di chi deve immortalare lo stesso momento per poi farlo vedere a gente completamente disinteressata che se fosse stata davvero presa dalla cosa sarebbe accanto a noi in quell’istante? Perché la mia privacy deve essere lesa dai due tizi palestrati accanto a me che nello scattarsi continuamente degli schifosissimi selfie mi includono nei loro stupidi scatti fatti di vuoti bicchieri di mojito, sguardi ammiccanti, innaturali movimenti della schiena degni del film Possession e lingue perennemente al vento come un cane eccitato sporto dal finestrino?

Care società produttrici di smartphone, non ho forse più diritto io a riempire la mia memoria di immagini e suoni che non una persona qualsiasi di riempire una volgare memoria digitale? Non sono forse io, fan della buona musica, più importante e prioritario rispetto al fotografo del gruppo che il giorno dopo posterà miliardi di foto sulla pagina Facebook del gruppo? Non è forse più bello che il cantante sul palco incroci il mio sguardo che ha un ché di approvazione in quel preciso momento e non che si goda una serie di apprezzamenti sui social network, il giorno dopo, da gente che lì neanche c’era? Non è forse una bella sensazione quella di suonare per la gente e non per l’impianto ottico in alta definizione dei loro Iphone con la cover Louis Vuitton?

Care società produttrici di smartphone, io non posso chiederVi di smettere di vendere qualcosa, lo so, e non posso chiederVi di invertire il processo di lobotomizzazione del cliente che avete messo in atto. Questo processo ormai è irreversibile. Ma una cosa ve la chiedo: fate questi cazzo di schermi più piccoli! Per favore. Abbiate anche Voi pietà di noi e fate in modo che anche nel Vostro settore valga l’immortale concetto del “Non contano le dimensioni ma come lo usi!”.

Ascoltatemi. Il mio è un grido disperato. Ascoltatemi vi prego. Solo così ho la consapevolezza che un giorno tra un Samsung S4 e un Huawei Ascend potrò guardare uno scorcio di musica da un pertugio più grande. Solo così quel poco di panorama che gli altri tolgono a me tornerà a rimanere impresso nella mia memoria. Se poi ciò non dovesse essere possibile allora Vi chiedo scusa per averVi fatto perdere del tempo nel leggere le mie parole. Se ciò non dovesse mai accadere allora non preoccupateVi care società produttrici di smartphone perché ho pronta una lettera aperta anche per i chirurghi plastici. Se il telefono non può diventare più piccolo allora mi batterò affinché le braccia diventino più corte.

In Fede

Chiunque sia d’accordo con me

Io non lo aggiusto il tuo fottuto pc

Immagina di essere un meccanico della Ferrari. Uno di quelli che ha avuto il piacere di respirare l’odore delle gomme bruciate nei box della Formula 1. Uno di quelli che per anni ha messo mano su alcuni dei bolidi più veloci di sempre. Uno di quei professionisti che dedica la sua vita a sistemi meccanici complessi progettati per sfiorare velocità difficilmente immaginabili. Immagina di chiamarti John e di aver passato una vita intera tra modellini di auto ed esami di meccanica all’università per poter raggiungere il tuo sogno. Ora John è lì. Dove voleva essere. Tiene stretta tra le mani la chiave inglese 10 e contempla l’ottimo lavoro fatto. Tra qualche minuto tornerà a casa e saprà che l’indomani lo attende un altro giorno di lavoro tra grasso, olio e rumore di ferraglie. John è felice. John sei tu. Tu sei felice!

Ora sei a casa. La tua famiglia ti attende. Tua moglie ti accoglie e tuo figlio ti guarda credendoti un eroe. Tu sei quello che fa funzionare le macchine veloci e lui ne è affascinato. La tua vita è un quadro idilliaco. Ma, come quando conosci una ragazza a Bangkok, anche per te la vita ha riservato una sorpresa. È sera. Sei intento a guardare la televisione dove stanno trasmettendo il tuo show comico preferito. Ridi. Ma non sai che anche la vita sta per ridere di te come una prostituta quando le dici che il costo della prestazione è troppo alto. Il telefono squilla. Ti domandi chi possa essere. Per un attimo sei tentato a non rispondere perchè potrebbe essere tua suocera che chiede aiuto. Ci si sbarazzerebbe di lei in maniera pulita ma ci ripensi. Aspetti che la battuta in tv finisca. Ridi ancora. È bellissima e lo sottolinei ripetendola alla tua famiglia. Ti alzi e vai a rispondere al telefono ignaro che un incubo ti attende.

“Pronto?”

“Si, pronto. Sei John Doe?”

“Si, sono io. Lei chi è?”

“Ciao John. Sono Rodolbert, l’amico di Ferdinand. È stato lui a darmi il tuo numero. Ricordi? Ci siamo incrociati anni fa ad un cenone di capodanno. Quella volta che la nonna scambiò il cane per il tacchino e stava cercando di riempirlo di ripieno dal sedere. Ricordi? Spero di non disturbare”

“Ciao. Si certo che mi ricordo. Non disturbi affatto. Dimmi tutto”

“Mi ha detto Ferdinand che tu lavori come meccanico nella scuderia della Ferrari. Potresti darmi una mano?”

“Certo. Se possibile volentieri. Cosa è successo?”

“La Micra di mia suocera non si accende più. Cosa può essere? Mio nipote ha messo mano ma ha fatto un casino. Lui è bravo, eh! Tu pensa che trucca i motorini agli amici. E sa impennare mentre rutta! Nel quartiere è il migliore! Se parli con lui sicuramente ti capisce che per certe cose ci capisce pure più di voi che ci lavorate. Eh eh eh”

La vita. Questo instabile treno di eventi contigui ti si staglia davanti con il più beffardo dei sorrisi e ride di te. Come il peggiore dei bimbiminkia ti fa scorrere davanti la tua vita come se fosse lo squallido profilo Instagram di una sedicenne di bell’aspetto ma un po’ zoccola. Ripensi alle notti insonni per studiare gli esami e quel sudato 30 e lode in meccanica applicata di cui andavi fiero. Ripensi al primo motore smontato da una vecchia Fiat Giulietta insieme a tuo nonno. Il primo contratto come stagista alla Ferrari. Il primo stipendio. La prima promozione.

La tua famiglia nell’altra stanza ride alle battute della tv ma la immagini, maligna, a ridere di te. Quella telefonata non ti ha solo tolto del tempo prezioso ma ti ha ucciso. Ha ucciso l’immagine perfetta che avevi costruito del tuo mondo.

Adesso, con la stessa fantasia, immagina che John sia un programmatore informatico. Non ha dormito la notte per scrivere i suoi primi programmi. Mentre i suoi coetanei scoprivano il porno in streaming a 240p lui ridacchiava disegnando le tette in formato ascii nel terminale della sua Linux box con parentesi e punti. Ha la stanza piena di libri sui vari linguaggi di programmazione lì dove i suoi amici hanno i cataloghi Ikea. Lui riconosce in che linguaggio è scritto un software solo vedendo come è definita una funzione. Lui fa battute da nerd. Nel suo campo è un mago. Tra i più bravi se non il più bravo.

Il suo telefono squilla e dall’altro lato qualcuno chiede come mai il computer non si accende.

Il John meccanico è stato diplomatico. Per lui questa telefonata sarà forse l’unica di questo genere in tutta la sua vita. Non è abituato. Ha avuto la pazienza di sedersi e spiegare la differenza tra il suo lavoro e quello di un meccanico. Entrambi sono professionisti del loro settore con la differenza che trattano cose diverse. Dall’altro lato si obietta che si tratta sempre di macchine ed allora viene spiegato che sono macchine che funzionano in modo diverso. Con principi simili ma diversi. Un ossimoro, certo. Ma così è se vi pare!

Il John informatico è troppo assonato e troppo borderline per essere così paziente. Riceve questo tipo di telefonate continuamente. Molto più spesso delle chiamate dei call center che promuovono tariffe telefoniche. È arrivato al punto di sperare che a chiamarlo sia un indiano di Infostrada che cerca di spacciarsi per un operatore italiano. Si stizza. Si agita. Nel bel mezzo della telefonata si accorge di aver perso il filo del codice che stava scrivendo per lavoro. È irritato. Blocca l’interlocutore dall’altro capo del telefono e prima di riagganciare violentemente esclama: “Fatti togliere il virus da quel coglioncello di tuo nipote che entra nei computer dell’FBI. Io non lo aggiusto il tuo fottuto pc!”